Cinema: Pupi Avati “si nasconde” nel Thriller Noir
Solitamente l’eccesso di antibiotici, specialmente in tenera età, indebolisce le difese immunitarie, o giù di lì. All’età di 12 anni, io e mia cugina decidemmo di vedere Shining di Kubrick che davano in seconda serata, in una notte d’estate (i Bellissimi di Rete4, quante notti insonni!). Per me è stato come il discorso degli antibiotici sopra, non mi sono più ripreso e le mie difese, quando guardo dei film “paurosi” o “di paura”, crollano, in quanto esauste. Con il Nascondiglio di Pupi Avati ho potuto ritestare le mie difese immunitarie. che sono state messe un po’ in difficoltà.
Altrochè…per me è stato proprio inquietante questo film. M’ha messo paura per 2-3 giorni, poi è finita lì. Oddio, se dovessi capitare dalle parti di Davenport, Iowa, il disagio si rifarebbe vivo, ma visto le mie disponibilità economiche, so di poter dormire tranquillo, che tanto resto in Italia.
Brava Laura Morante, bravo Pupi Avati. Quest’ultimo, dopo molti anni, sceglie di tornare a fare un film diciamo Thriller con sfumare Noir e un pizzico di Horror (più che altro per certe scene, verso il finale, che non rivelerò), e sceglie una location provinciale, come molti dei suoi film in atmosfere emiliane, ma a stelle e strisce. Francamente sono rimasto stupito dalla trama, inquietante e originale, dalla bravura di quasi tutti gli attori (uno su tutti il simpatico e immarcescibile Burt Young), composto anche da vecchie glorie, come Rita Tushingham. Il livello di regia, trattandosi poi di Avati è incontestabile.
Offuscato dalla critica, che gli rinfaccia un certa banalità, mi sento in dovere, come al solito, di andare contro questi giudizi, forse sempre un po’ di parte e snob, verso un genere che dovrebbe forse trovare un po’ di spazio, in questa Italietta obnubilata da veri fenomeni della zuppa riscaldata ( e non faccio nomi perchè la lista è lunga e perchè, come diceva Croccolo su “Tre uomini e una gamba”, sono un signore). Lascio solo questi miei commenti e vi allego una recensione più esaustiva, che ho preso da Scheletri, in verità anche questa un po’ critica, ma ognuno ha i suoi gusti, e i ragazzi di Scheletri non appartengono sicuro a quella categoria di “critica” che ho dileggiato più in su, anzi….
Forza Pupi, e grazie per la chicca, quando riacquisterò un po’ di coraggio lo comprerò in DVD.
Il Nascondiglio
di Pupi Avati
con: Laura Morante, Burt Young, Treat Williams, Rita Tushingham, Yvonne Sciò, Peter Soderberg, Sydney Rome, Giovanni Lombardo Radice
(2007)
Se Terence Stamp nel “Toby Dammit” felliniano doveva girare “il primo western cattolico”, Pupi Avati con “Il nascondiglio” gira il suo quarto “horror cattolico” (anche se lui preferisce “thriller-gotico”), dopo piccoli capolavori come “La casa dalle finestre che ridono”, “Zeder” e “L’arcano incantatore” che ormai sono, nel genere, dei classici minori del cinema italiano. Evidentemente turbato dai paraphernalia della religione cattolica e dai suoi ministri, questa volta Avati ambienta il suo film in un ex-pensionato gestito da suore a Davenport, nello Iowa. Dopo un breve prologo ambientato negli anni ’50, troviamo Laura Morante che, appena dimessa da un ospedale psichiatrico in cui era stata ricoverata dopo il suicidio del marito, è in cerca di una sede adeguata per aprire un ristorante italiano. L’agente immobiliare Burt Young le propone una casa disabitata da anni, la Snakes Hall, che viene affittata ad un prezzo irrisorio. E qui lo spettatore inizia ad inquietarsi dato che, di questi tempi, una casa ad un prezzo accettabile è come minimo infestata, tantopiù se ha dei serpenti sulla facciata. Difatti, in men che non si dica, la poverina comincia a sentire stridule vocine, e ad avvertire inquietanti presenze al piano superiore. Indagando sull’accaduto, scopre che la casa era stata anni addietro scenario di un delitto, quando due novizie massacrarono la madre superiora e due anziane pensionanti. La Morante, invece di traslocare, decide di proseguire nella sua investigazione e, battendosi contro una rete invisibile di omertà e connivenze, di risolvere il mistero legato alla strage, che ovviamente non sveleremo. La prima impressione è che Avati non abbia guadagnato gran che dall’ambientare la sua storia oltreoceano, e che semmai abbia perso qualcosa per strada durante la traversata. Ovvero tutte le atmosfere che facevano la sua originalità ed anche la sua unicità, gli umori ed i sapori, anche neri e grotteschi ma tipicamente italiani, anzi emiliani, che da sempre hanno nutrito il suo cinema anche nei momenti più malinconici e fuori dal genere.
Continua






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