Non si può restare a casa!!! Gomorra e Il Divo, e avanti così…

Non è per Cannes che gli ha consegnato due premi prestigiosi. Non è per la critica che li ha acclamati. Non è per i miei amici, che ne hanno parlato quasi tutti bene. E’ perchè ho visto con i miei occhi questi due film e mi va di consigliarveli, anche sollecitandovi, sempre gentilmente…Gomorra è stato uno shock, a livello sociale, come storia, i personaggi più che realistici e la regia del gran Garrone, scarna, quasi nascosta, ma con uno stile impeccabile che alla fine ha risaltato, vista la considerazione finale del film…mentre l’altro, Il Divo, realizzato ad arte da un regista che pian piano si sta insinuando nell’olimpo dei grandi, e lui lo sa, Sorrentino, e se ne compiace un po’, giustamente…virtuosismi, bravi gli attori (come non citare Servillo, che di Sorrentino è ormai attore feticcio, e che è presente anche nell’altro film) cronaca, surrealismi, tanto mestiere e una colonna sonora azzeccatissima e accattivante, fanno di questo film una pellicola potentissima…in definitiva: due prove encomiabili, un pugno in faccia, a chi di dovere, per far vedere che il BUON cinema italiano ancora c’è, ed è capace di affrontare tematiche sociali con il piglio giusto, non come certi film (senza fare nomi) in cui si piange, si trasgredisce e poi si ci si pente…

A Roma c’è un uomo che da 60 anni la notte non dorme, ma lavora, scrive, prega. Un uomo che rappresenta il potere da oltre 40 anni, sette volte Capo del Governo, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, due volte Ministro delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta del Tesoro, dell’Interno e delle Politiche Comunitarie. Un uomo che è il principale ‘enigma’ italiano dal dopoguerra ad oggi, un vero Divo della politica di questo paese… Giulio Andreotti.
Portando sullo schermo solo una parte della vita del Senatore a vita, dalla fine del suo settimo governo, aprile 1992, alla vigilia del processo di Palermo, dove fu rinviato a giudizio per associazione mafiosa, con in mezzo la mancata conquista del Quirinale, la strage di Falcone, il rapimento e l’uccisione di Moro e la lunga malattia, Paolo Sorrentino ci regala un capolavoro che meritava la Palma d’Oro e che deve andare agli Oscar…
Chi attacca e umilia il cinema italiano dovrebbe vedere le opere di Paolo Sorrentino, giovane regista napoletano che, con Il Divo, ha confermato di essere il più grande talento mai apparso sui nostri schermi da 15 anni a questa parte.
Visionario, grottesco, surreale, il cinema di Sorrentino è Cinema d’Autore con la C maiuscola, capace di toccare il suo massimo splendore nei primi 40 minuti di questo film. Sorrentino riesce nell’impresa di spettacolarizzare la Democrazia Cristiana e la ‘corrente andreottiana’, portata sullo schermo come una banda di Iene tarantiniane, con Cirino Pomicino, detto O’ Ministro, il fidato Evangelisti, detto Limone, Giuseppe Ciarrapico, detto il Ciarra, Vittorio Sbardella, detto Lo Squalo, Salvo Lima, detto Sua Eccellenza e il Cardinale Fiorenzo Angelini, detto Sua Sanità.
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Due ragazzi, con addosso solo mutande e scarpe, sono in spiaggia; attorno a loro il vuoto, di fronte a loro solo l’acqua. Marco e Ciro prendono delle armi, rubate in precedenza: pistole, mitraglie, addirittura kalashnikov. Sparano urlando, sentendosi forti e padroni del mondo. Il potere che hanno in mano consente addirittura, con un colpo solo, di far esplodere una barca.
Come Al Pacino in Scarface, ora anche Miami potrà essere ai loro piedi: basta fare la guerra. La loro è solo una delle cinque, sconvolgenti storie che fanno parte di Gomorra, il nuovo film di Matteo Garrone, in corsa per la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Cinque storie di ordinaria follia, tratte dal best seller di Roberto Saviano, che ha avuto il coraggio di mettere su carta le atroci verità sulla camorra nel quartiere napoletano di Scampia.
Una guerra che viene descritta nella sua normalità più agghiacciante: c’è chi ogni giorno paga le famiglie dei detenuti del clan a cui appartiene, c’è chi smaltisce i rifiuti tossici del Nord portandoli a Napoli, c’è chi lavora come sarto e rischia la pelle per aver “venduto” le sue lezioni alla concorrenza cinese. E poi ci sono i giovani: oltre a Marco e Ciro, anche Totò, che dopo una prova a suon di pallottole entra nel giro già a 13 anni…
Bastano cinque storie per rendere l’idea di quella grande “industria” che parte dalla gente più normale ed arriva a condizionare sovrastrutture mondiali? L’interrogativo alla lunga sembra anche inutile. Gomorra di Garrone non è Gomorra di Saviano: non poteva esserlo sin dall’inizio, perché l’aver semplicemente trasportato su pellicola quelle pagine sarebbe stata una mossa suicida.
La scelta degli sceneggiatori (sei in tutto, tra cui sia Garrone che Saviano) sembra perfetta per raccontare con occhio limpido una realtà che se si vede passa sempre troppo inosservata. Il film è abilmente costruito con una tecnica che abbandona i barocchismi e si adatta alle storie che racconta: gli abbondanti primi piani, che lasciano fuori fuoco personaggi e paesaggi che stanno dietro per concentrarsi sulle espressioni dei protagonisti, i campi lunghi che contribuiscono a creare inquadrature perfette per far vedere le desolanti ambientazioni, sono solo necessari e mai fuori luogo.
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Grazie ai ragazzi di Cineblog


~ di diggy358 su Giugno 3, 2008.

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