Un mese con Camilleri e Montalbano
Ho sempre prediletto nel leggere, soprattutto in questo genere, le raccolte di racconti. Se ben fatte, anche se brevi, riescono a darti quel gusto particolare, quell’assaporare l’indagine susseguente a un delitto, che conoscono solo gli accaniti lettori giallofili, e il bello sta che riescono a dartelo più volte nella stessa opera. Il libro di cui sto parlando è chiaramente, e avevo già celebrato l’autore con un altro post tempo fa, uno di questi. Ben fatto, con personaggi collaudati, a parte il mitico protagonista, il commissario “progressista” Salvo Montalbano, anche i fidati Augello, Fazio, Catarella. Gallo e gli altri agenti, e con personaggi riproposti come il preside Burgio e la signora ex professoressa Vasile Cozzo che sono ormai due figure fisse nel panorama di VIgàta. Lo stile è il solito, i racconti sono molto validi e interessanti, solito sarcasmo, ironia sia dell’autore, nelle sue spettacolari descrizioni, sia del protagonista, ostinato a far trionfare una giustizia, più umana che burocratica, in cui crede fortemente. Camilleri, con “Un Mese con Montalbano”, come al solito, ci regala un saggio della scrittura giallo-noir all’italiana e della letteratura in generale.
Andrea Camilleri
“Un mese con Montalbano”
( 1998 )

Trenta racconti che narrano trenta diverse situazioni, trenta momenti di vita del commissario Montalbano, di un paese, di una realtà (quasi sempre è Vigata, un paesino siciliano), di uomini e donne che hanno in qualche modo a che fare col crimine.
Ma il vero motivo per cui questo commissario di polizia ha conquistato tanti estimatori è il suo essere del tutto fuori dai canoni tradizionali del “poliziotto”. Uomo di cultura, lettore appassionato e raffinato, possiede uno straordinario intuito che gli permette di penetrare non solo nelle situazioni più apparentemente oscure, ma anche nell’animo dei suoi interlocutori, nei loro sentimenti più nascosti e nelle segrete motivazioni. Gli uomini agiscono spinti da sentimenti contraddittori, l’amore e l’odio sicuramente dominano, ma il più insidioso dei moventi è il denaro.
In uno dei racconti più belli del libro l’amore è così forte, così devastante che può richiedere e avere dall’altro un dono assoluto, estremo: ciò che prima di allora nessuno aveva mai avuto, né mai più, dopo, potrà avere.
Ma in un paese siciliano il sesso rubato, l’adulterio, il tradimento, sono sempre motivi di pettegolezzi talvolta maligni, più spesso divertiti, di vendette cruente, ma anche di grande soddisfazione nella trasgressione di regole ormai sentite come superate e arcaiche.
E’ proprio questa Sicilia, viva e appassionata, nello stesso tempo arcaica e moderna, dai colori forti, dalle donne belle e sensuali che anima tutte le vicende, descritte da Camilleri in una lingua originalissima, fortemente dialettale, ma che, pur non essendo dialetto, riproduce la musica, la tonalità, certe espressioni e certi vocaboli tipici del siciliano.
Stupisce questo inatteso successo dell’autore, che non ha, in queste sue ultime prove, concesso nulla, non ha adeguato assolutamente il suo stile a una più facile lettura o a motivazioni commerciali. Eppure, improvvisamente le classifiche lo vedono in testa, gli editori se lo contendono: Andrea Camilleri da vent’anni ci offre la sua genialità, il suo garbo, la sua intelligenza. Il grande pubblico aveva già avuto modo di apprezzarne le doti per le sceneggiature e la regia delle serie televisive che avevano per protagonisti il tenente Sheridan e il Commissario Maigret, oggi lo scopre, fortunatamente, come grande scrittore.
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